navigare senza confini

Navigare senza confini… qualche tempo fa era lo slogan pubblicitario di una nota compagnia telefonica, oggi ritorna attualissimo grazie al Pacific Trash Vortex, anche conosciuto come Great Pacific Garbage Patch. Ma che cos’è? Letteralmente è una chiazza di immondizia nel Pacifico, cioè un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord. Feel the WorldLa sua estensione non è nota con precisione ma le stime più veritiere dicono che ricopra una superficie di circa 700.000 km² ovvero un’area più grande della Penisola Iberica. L’accumulo si è formato a partire dagli anni cinquanta, per l’azione della corrente marina oceanica nota come Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario, che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro.
Visto che i rifiuti galleggianti di origine biologica sono spontaneamente sottoposti a biodegradazione, in questa zona oceanica si sta accumulando una enorme quantità di materiali non biodegradabili come i rottami marini e la plastica. Quest’ultima anziché biodegradarsi, viene sottoposta a fotodegradazione, partizionandosi in pezzi sempre più piccoli fino alle dimensioni dei polimeri che la compongono, la cui ulteriore biodegradazione è molto difficile e prolungata. Il galleggiamento di tali particelle, che apparentemente possono assomigliare a zooplancton, spesso ingannano le specie marine che se ne cibano, causandone l’introduzione nella catena alimentare.
A seguito di ricerche condotte fra il Golfo del Maine e il Mar dei Caraibi, alcuni ricercatori hanno riscontrato concentrazione di frammenti plastici anche nell’oceano Atlantico , in una area corrispondente all’incirca al Mar dei Sargassi.
Nell’immaginario collettivo, diffusosi ampiamente sul web, questi ammassi detritici vengono descritti come dei veri e propri “continenti di plastica” che galleggiano in una serie di vortici dalle dimensioni incredibili ma è più veritiero ritenere che tali ammassi non si presentino come una superficie solida e densa, bensì come una “zuppa” fluida e non omogenea. L’ atteggiamento superficiale e sensazionalistico nell’utilizzo delle informazioni da parte dei media e dei bloggers ha purtroppo alimentato interpretazioni sempre meno corrette della realtà della plastica nei nostri oceani, creando spesso vere e proprie leggende metropolitane. Seppur presenti oggetti di medie dimensioni, come bottiglie, sacchetti, pneumatici, accendini, spazzolini, etc…, la maggior parte della plastica è quasi invisibile ad occhio nudo ed ovviamente anche agli occhi elettronici dei satelliti; in realtà la relativa densità in mare è paragonabile a quella di una manciata di mentine sparse su campo di calcio, tuttavia questo non deve indurre a sottovalutare il fenomeno grave dei rifiuti solidi in mare.
Come evidenziato da un report tecnico pubblicato nel 2012 dal CBD (Convention on Biological Diversity), i rifiuti di plastica sono stati identificati come uno dei rischi globali al pari dei cambiamenti climatici e della perdita di biodiversità. La tipologia di rifiuti marini che solitamente si ritrovano in mare e che influenzano la biodiversità sono:
– cime e reti da pesca (24%)
– residui plastici di materiale da pesca (16%)
– imballaggi di plastica (25%)
– frammenti di plastica (20%)
– microplastiche (11%)
– carta (0,7%)
– vetro (0,5%)
– metalli (0,5%)
La plastica in mare costituisce il 60-80% dei rifiuti ed è il risultato della superficialità e della scelleratezza umana; si trova spesso in sospensione nei primi 20 cm di profondità; in particolare i frammenti hanno un peso medio di circa 1,8 mg ed una densità di circa 115.000 elementi per km²
Nel 1997 Charles Moore, skipper del catamarano Alguita, in viaggio dalle Hawaii alla California, si imbatte in un isolotto sconosciuto alle mappe. Man mano che si avvicina a questo inatteso approdo la sua sorpresa diviene sgomento poiché ha appena incrociato la rotta del Great Pacific Garbage Patch. L’esperienza spinge Moore a dedicare la sua vita alla protezione e al ripristino dell’habitat marino sfregiato da questa sorta di “minestrone di plastica”. È lui stesso a raccontare la sua battaglia, nel libro “L’oceano di plastica – la lotta per salvare il mare dai rifiuti della nostra civiltà” scritto con Cassandra Philips (Feltrinelli). Divenuto un’autorità mondiale nella difesa dei mari, saggista e premio Pulitzer nel 2007, Moore intraprende un viaggio ideale nella storia della plastica, dal suo successo alla disattenzione umana nel continuare a disseminarla, spesso con oggetti inutili, attraverso i nostri gesti quotidiani.
L’evoluzione del fenomeno deve essere ancora studiata nel dettaglio valutandone con criteri scientifici le reali e specifiche potenzialità di rischio ambientale senza generare inutili scenari eco-catastrofici che forniscono un immagine alterata della situazione dei nostri mari.
Vi lascio con due considerazioni che ritengo rilevanti a conclusione di quanto scritto:
la prima è che il Great Pacific Garbage Patch, a quanto scrivono i media, è stato riconosciuto istituzionalmente dall’Unesco come vera e propria nazione con tanto di costituzione, governo, capitale (Garbandia) e bandiera nazionale (azzurra, come il mare, con vortici rossi)
la seconda, tratta proprio dalle mie letture di Moore e quanto mai connessa al nostro stile di vita anche in fatto di viaggi, durante i quali spesso abbiamo la pretesa di non farci mancare nulla: “più consumiamo e meglio staremo ha fatto il suo tempo e l’oceano di plastica testimonia che questo è già un dato di fatto”

Autore: skyray – Feel the World
Pubblicato: 29 apr 2013 – 81 visualizzazioni

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